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Non solo Giochi

I fattori socio-economici dietro il successo olimpico

Il progetto

Il medagliere olimpico non racconta solo lo sport: ogni quattro anni, di fatto, viene stilata una classifica delle nazioni. Ma cosa c’è dietro questa classifica? Perché alcuni paesi vincono sistematicamente più di altri, anche a parità di popolazione? E quanto contano ricchezza, istruzione, salute e investimenti pubblici nel produrre campioni?

“Non solo Giochi” nasce da queste domande: è un progetto di analisi dati che mette in relazione i risultati delle Olimpiadi estive dal 1964 al 2020 con gli indicatori socioeconomici dei paesi partecipanti, per capire quali fattori strutturali accompagnano — e in parte spiegano — il successo sportivo.

I Paesi olimpici: ricchi e poveri

Ma innanzitutto “chi” sono i paesi che partecipano alle Olimpiadi? Come si differenziano l’uno dall’altro? La prima distinzione che si può fare è quella macroscopica fra “paesi ricchi” e “paesi poveri”, anche se questa dicotomia può essere ulteriormente raffinata distinguendo “economie avanzate”, “economie emergenti”, “economie in consolidamento” e “economie fragili”. È un dato di fatto che il divario economico si traduca anche in un divario sportivo: i paesi più ricchi vincono circa 80 volte più medaglie per abitante dei più poveri. Senza contare che tale disparità dal 1964 a oggi non si è mai ridotta!

Questa differenza, poi, è amplificata dagli sport che richiedono equipaggiamenti più costosi o infrastrutture specifiche; discipline come il nuoto, l’equitazione e la vela, sono dominio quasi esclusivo dei paesi ricchi. Invece, le discipline più praticabili, che mettono al centro il corpo più che le infrastrutture, vedono i paesi meno ricchi emergere con maggior facilità: pensiamo alla boxe, alla lotta o all’atletica leggera.

I dati supportano queste considerazioni; basandosi sulla distribuzione delle 36000 medaglie assegnate negli ultimi sessant’anni di Olimpiadi, un semplice test statistico mostra una fortissima correlazione fra il livello socioeconomico di un paese e le discipline in cui tende a vincere di più.

D’altra parte, la soglia economica per entrare nel medagliere si è progressivamente abbassata nel tempo, pur restando i paesi nettamente divisi per PIL a seconda del tipo di sport in cui vincono: due facce dello stesso fenomeno. Lo spiraglio che si è allargato nel tempo è, specificamente, quello dello sport individuale. Gli sport di squadra restano invece aperti a chi può permettersi di costruirci sopra un intero sistema.

C’è però chi ha dimostrato che il divario si può scalfire. La Corea del Sud ha impiegato oltre cinquant’anni (e diverse generazioni di atleti) per entrare a far parte del gruppo di paesi olimpici più vincenti — le sue medaglie pro capite nel frattempo sono più che quadruplicate (+404%). E questo prova che la geografia della ricchezza olimpica, per quanto rigida, non è scolpita nella pietra.

Superpotenze, medi calibri e “lillipuziani” virtuosi

Dei 195 paesi a oggi esistenti, 72 non hanno mai ottenuto medaglie alle Olimpiadi, almeno per quanto riguarda gli anni 1964 - 2020 (l’Albania, per esempio, nell’edizione del 2024 è riuscita nell’impresa di conquistare la sua prima medaglia). Il grafico riportato consente di esplorare i risultati di ogni paese; passando sopra la cartina si otterrà un prospetto delle medaglie vinte dai vari paesi nelle loro discipline di maggior successo.

I paesi che hanno vinto almeno una medaglia possono essere suddivisi in sette grandi gruppi: paesi con breve storia olimpica, piccoli Paesi iper-efficienti, paesi dai molti sport ma pochi ori, paesi dai pochi sport e pochi ori, medie potenze olimpiche consolidate, superpotenze olimpiche, paesi dai pochi sport ma molti ori. Tre gruppi, fra quelli citati, sono particolarmente interessanti.

Innanzitutto, ci sono le “superpotenze” olimpiche (USA, Cina, Germania e Russia) che si distinguono per la partecipazione a molte e variegate discipline sportive, vincendo ori ovunque. È interessante notare, però, che si tratta di un cluster con una partecipazione bassa a livello di edizioni. Russia e Germania, per esempio, a causa delle loro vicissitudini storiche, hanno partecipato ai Giochi con denominazioni diverse (“URSS”, “Repubblica Federale Tedesca”, “Repubblica Democratica Tedesca”) e questo, tecnicamente, porta a considerare un paese nuovo nel medagliere storico a ogni cambio di nome. La Cina, poi, non hai mai partecipato dal 1956 al 1980.

A questo gruppo di paesi di grande successo, comunque, appartengono anche gli USA, che pure hanno sempre partecipato a tutte le edizioni dei Giochi (a parte il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca); evidentemente la similarità con gli altri membri del cluster è data dal grande numero di medaglie conquistate.

Ci sono poi dei paesi che ottengono relativamente poche medaglie ma che sono molto “virtuosi”, come la Giamaica, le Bahamas o il Kenya. Questi paesi sono altamente specializzati nell’atletica e rispetto al numero totale di medaglie hanno una buona quota di ori. Sorprendentemente, hanno un rapporto ori / medaglie ottenute leggermente migliore di quello di grandi potenze olimpiche come USA, Russia, Cina, ecc.

Infine ci sono le “medie potenze consolidate”, paesi che ottengono molte medaglie ma non al livello delle superpotenze e nemmeno in tutte le discipline sportive. Questi paesi tendono a raccogliere, in maniera consistente nel tempo, la maggior parte delle loro medaglie in alcune discipline in cui sono altamente specializzati. È questo il caso dell’Italia, che storicamente ha raccolto la maggior parte delle sue medaglia nella scherma e alla quale abbiamo dedicato un approfondimento.

Atleti e atlete

Dopo aver considerato i paesi come organismi sportivi collettivi, ci si può chiedere anche “chi” siano gli atleti che formano le delegazioni nazionali. In particolare, ci siamo chiesti come sia cambiata la loro composizione in un’ottica di genere; in effetti grandi cambiamenti ci sono stati.

Consideriamo, intanto, ciò che si pubblicava nel periodo ufficiale del CIO Revue Olympique, fasciolo 79 del luglio 1912, nell’articolo “Les femmes aux Jeux Olympiques”:

“Le Olimpiadi sono […] la solenne e periodica esaltazione dell'atletismo maschile, con l'internazionalismo come base, la lealtà come mezzo, l'arte come cornice e l'applauso femminile come ricompensa.”

Pierre de Coubertin, fondatore delle moderne olimpiadi, non era contrario in assoluto all’attività fisica femminile; tuttavia, riteneva che le donne dovessero praticare sport per salute ed educazione, ma non nelle competizioni olimpiche, che immaginava come celebrazione “dell’atletismo maschile”.

Dalla fine del XIX secolo ad oggi, però, le cose sono molto cambiate e nelle Olimpiadi di Parigi 2024 la partecipazione maschile e quella femminile si sono sostanzialmente equivalse (ammontando rispettivamente a 52% e 48%). Oltretutto, si può constatare come in certe nazioni il contributo delle donne, in termini di medaglie conquistate, sia ormai preponderante.

I fattori del successo sportivo

Ma è possibile stabilire che cosa determini il successo sportivo di un paese? Dalle prime analisi che avevamo fatto, sembrava emergere un dato inequivocabile: il miglior predittore del successo di un paese è il PIL, dove con tale termine non s’intende il prodotto pro capite ma proprio la misura della ricchezza complessiva di un sistema-paese. Da questo punto di vista è vero che, in linea di massima, i paesi più ricchi tendono a spartirsi la maggior parte delle medaglie.

Tuttavia, a un’analisi più attenta, è emerso che l’economia conta fino a un certo punto. Non sono i paesi più ricchi a vincere più medaglie, ma quelli che scelgono di investire davvero nello sport di alto livello. Il PIL conta meno di quanto ci si aspetterebbe: è la scelta politica di destinare risorse concrete alla preparazione degli atleti a fare la differenza.

Per esempio, il Regno Unito, dopo le disastrose partecipazioni ai Giochi del 2000 e del 2004, cambiò completamente rotta investendo massicciamente nelle varie discipline sportive e tracciando i capitali in modo da avere pieno controllo della gestione delle risorse. Già nel 2008 le medaglie risultarono raddoppiate, per poi crescere ulteriormente nelle edizioni successive.

Analogo discorso vale per alcuni paesi poveri che, in termini assoluti, hanno poche risorse da spendere per lo sport ma che, concentrandole nelle aree dove eccellono, riescono ad ottenere risultati di livello mondiale. Così, la Giamaica è diventata sinonimo di velocità; il Kenya domina nelle gare di resistenza e Cuba ha sviluppato una tradizione vincente in discipline come judo e lotta. È la prova che, nello sport come nell’economia, non sempre vince chi possiede di più ma chi sa sfruttare meglio ciò che ha.

Predire il successo sportivo

Posto che il successo sportivo sembra dipendere da alcuni chiari fattori, è possibile, allora, riuscire a prevedere chi vincerà più medaglie alla prossima Olimpiade? Su chi si dovrebbe scommettere e, soprattutto, su quali criteri bisognerebbe basarsi per predire i risultati dei Giochi? Il modo più semplice ed efficace, che emerge dall’analisi dei dati, sarebbe guardare a chi ha vinto di più nell’ultima edizione.

In un modello che mette alla prova PIL, popolazione e altri indicatori strutturali, il singolo fattore più predittivo del successo olimpico di una nazione non è nessuno di questi: è semplicemente quante medaglie quella stessa nazione aveva già vinto quattro anni prima — pesa quasi il 70% su tutti gli altri fattori messi insieme.

Questo significa che i sistemi sportivi nazionali cambiano lentissimamente e che esiste, quindi, una vera e propria “inerzia sportiva”. Infrastrutture, allenatori, federazioni, cultura sportiva: tutto questo non si costruisce né si smonta in un solo ciclo olimpico. Le Olimpiadi, insomma, non si vincono in quattro anni ma si vincono costruendo, in decenni, un sistema che continua a generare risultati simili edizione dopo edizione.

L’esperienza insegna, però, che esiste anche un altro fattore in grado di influenzare positivamente i risultati di una delegazione olimpica: giocare in casa. In effetti, questa verità del senso comune appare confermata dai dati. Confrontando lo Score ottenuto da ogni nazione ospitante con la propria media storica nelle altre edizioni, il vantaggio emerge con chiarezza: su 12 Giochi analizzati, 11 nazioni hanno fatto meglio proprio nell’edizione di casa, in media quasi 50 medaglie in più rispetto al solito.

La Cina, a Pechino 2008, ha vissuto probabilmente l’esempio più eclatante: oltre 130 medaglie in più della propria media storica. Gli Stati Uniti nel 1996 e la Gran Bretagna a Londra 2012 raccontano una storia simile. Solo il Canada fa eccezione — l’unica nazione ospitante, nella storia dei Giochi, a non aver approfittato del proprio pubblico di casa.

L’Italia e la scherma

Abbiamo dedicato un approfondimento all’Italia, che costituisce un esempio paradigmatico di quelle potenze sportive “specializzate” menzionate in precedenza. Nella scherma, infatti, l’Italia è il paese più vincente della storia: fra il 1964 e il 2020 l’Italia ha ottenuto quasi 70 medaglie.

Abbiamo deciso di cercare le ragioni storiche di questo successo attraverso l’analisi dell’opinione pubblica, scaricando qualche centinaio di articoli dedicati alla scherma dal sito della Repubblica. Li abbiamo poi processati con le tecniche della Text Analysis e l’uso di Language Model locali per trovare la risposta alle nostre domande.

È emerso che il successo della scherma italiana è dovuto a molti e diversi fattori, in primo luogo l’esistenza di una lunga tradizione schermistica nel nostro paese. Determinante, però, è stato anche il ruolo delle istituzioni sportive e dello stato. Insomma, la ragione del successo italiano nella scherma è l’intreccio di fattori economici, storici e politici.

A lato dell’indagine principale, inoltre, abbiamo compiuto un’analisi emotiva degli articoli di giornale scaricati. Il dato che è emerso è sorprendente: in media, solo il 47% degli articoli sulla scherma ha un tono “neutrale”. Questo significa che, all’interno del nostro corpus di documenti, gli autori hanno dato ampiamente voce a emozioni quali l’approvazione, l’ammirazione e la gioia (ma anche la disapprovazione quando si trattava di commentare gli insuccessi della Nazionale di scherma). Tutto questo lascia intendere come il discorso della scherma non sia semplice “cronaca” ma costituisca un fatto identitario: la scherma è parte dell’identità nazionale e per questo il suo racconto non può che essere emotivamente connotato.

L’intervista finale

Nel corso del nostro progetto, abbiamo elaborato dati statistici e testuali; prodotto analisi, report e grafici: ma potevano trovare ulteriore supporto ai risultati ottenuti con le nostre indagini? In cerca di conferme, dunque, ci siamo rivolti a una vera e propria autorità dello sport italiano: Enrico Di Ciolo, del Club Scherma Pisa Antonio Di Ciolo e allenatore della Nazionale di scherma dal 1994. Gli abbiamo chiesto se si ritrovasse in quello che abbiamo scoperto sulla scherma italiana ma abbiamo approfittato della sua disponibilità anche per fargli qualche domanda su come, secondo lui, si costruisce il successo sportivo di un paese in generale.

Ne è uscita una corposa intervista e ciò che ne è emerso appare confermare, in buona sostanza, quello che i dati ci hanno raccontato: tutto serve per ottenere risultati di grande livello ma le risorse possono poco senza una gestione virtuosa, senza cultura sportiva e, cosa che a un maestro come Enrico preme molto, dei buoni formatori.